La sfera di luce

di Antonio Juvarra

 
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La tecnica del belcanto è uno strano gioco di prestigio. Due cose normalissime, che già esistevano, perfettamente assimilate e fuse in noi da non averne quasi coscienza, vengono poste in una relazione nuova tra loro fino a rendere manifesta e reale quella dimensione che chiamiamo “canto”.
 
Quali sono queste due cose e come avviene il loro incontro? Il respiro naturale globale, cioè non un respiro tecnico, esterno, ma un respiro nostro, intimo, “normale” (anche se più ampio, diffuso e morbido del respiro del parlato), un respiro non fatto ma lasciato avvenire col piacere della boccata d’aria e del sospiro di sollievo, fa nascere nel corpo delle onde di distensione che si propagano ovunque: è questo il respiro che apre la porta del canto!
 
Se ora, rimanendo non nella “posizione”, ma sulla scia sensoriale di questa distensione-espansione-elevazione, focalizziamo la nostra attenzione non su un punto o su una zona anatomica, ma su un altro PROCESSO NATURALE (apparentemente insignificante in quanto opera in noi quasi dalla nascita), senza modificarlo o “perfezionarlo”, e cioè il puro e semplice “DIRE”, dopo qualche tempo accadrà che questo semplice movimento prenderà vita e da semplice suono parlato diventerà suono cantato.
 
Un luogo centrale, irradiante e non anatomico si svela, un centro di energia naturale dove il suono nasce e si rigenera da solo continuamente, alimentato da una fonte inesauribile, dandoci finalmente la percezione della risonanza libera e di un suono che si espande sfericamente come si espande la luce del sole.
 
La scintilla ha preso contatto col gas e la fiamma divampa, le corde sono state collegate allo strumento, che risuona liberamente: ecco due delle innumerevoli metafore che evocano in noi quell’evento che è l’epifania del canto; un evento meraviglioso che accade in noi, e di cui non ci è dato creare la causa misteriosa, ma solo le condizioni perché possa apparire e protrarsi; niente insomma di quell’ingenuo gioco del lego muscolare, che si dovrebbe montare combinando tra loro i vari pezzi sulla base di un grottesco e surreale libretto d’istruzioni.
 
Chi sorride all’idea che il canto scaturisca dal semplice “dire” è una di quelle persone “pratiche” che pensano che per accendere il gas non basti una scintilla, ma occorra una torcia, e si sentono troppo “scientifiche” per credere alla fiaba dell’energia che si sprigiona dal nucleo di un atomo…
 
Morale: se l’arte consiste nel ricentrare gli erranti che siamo, col belcanto svaniscono l’errare-errore del cercare-inseguire il suono fuori di noi e il miraggio centrifugo delle “proiezioni”, finché arriviamo a sentire che il centro del fenomeno coincide col centro immateriale di noi stessi.
 
Come nelle antiche fiabe sapienziali, alla fine scopriamo che non c’era alcun bisogno di andare in capo al mondo a cercare un tesoro che da sempre giaceva nascosto nell’umilissima soffitta di casa nostra…