Respirazioni anti-belcantistiche

di Antonio Juvarra

 
caballé
 
Da più di mezzo secolo la ricerca didattica e scientifica più avanzata ha dimostrato l’estraneità al belcanto della respirazione “bassa” (che è un ferrovecchio del foniatra Mandl, risalente alla seconda metà dell’Ottocento ), ma c’è ancora chi la ripropone oggi, presentandola addirittura come la respirazione del belcanto! Questa concezione della respirazione, che pretenderebbe di essere naturale, si caratterizza, al contrario, per il fatto di basarsi su una nevrosi fobica (che nessun essere umano si sogna di avere quando è al mare o in montagna e si gusta una boccata d’aria…) e questa nevrosi è data dalla preoccupazione di NON alzare il torace inspirando, per paura che intervenga il babau della cosiddetta respirazione “clavicolare”, e di concentrarsi sul movimento di abbassamento del diaframma in fase inspiratoria.
 
Già il fatto di pensare la respirazione in termini di muscoli invece che di processo dinamico naturale globale e autogeno, di per sé induce rigidità; figuriamoci che cosa succede se questo modello anatomico-fisiologico della respirazione è anche sbagliato…
 
Il primo sbaglio consiste nel fatto di ignorare la distinzione fondamentale tra una inspirazione SOLO alta, cioè che nasce in alto (sbagliata in quanto periferica e non “centrale”) e una inspirazione ANCHE alta (CORRETTA), che nasce nel centro del corpo (a livello diaframmatico e NON ipogastrico), ma poi SALE (e non scende!) come un’onda fino ad arrivare al torace, e, sempre come un’onda, poi scende naturalmente quando incomincia l’espirazione (non esistono onde che nascono scendendo…)
 
L’ottuso tabù secolare della respirazione alta è ciò che oggi ostacola in partenza il crearsi del canto “sul fiato”, dal momento che l’espressione “canto sul fiato” significa, anche e soprattutto, canto che nasce sul movimento della respirazione naturale profonda, la quale in fase inspiratoria fa alzare ANCHE il torace, come hanno sempre saputo, FATTO (e in molti casi anche SCRITTO) grandi cantanti italiani storici come Caruso, Pertile, Schipa, Gigli e la Tetrazzini.
 
Addirittura nel primo trattato di canto dove si parla di modalità respiratoria nel canto e cioè il trattato belcantistico dii Mengozzi del 1803 (adottato come metodo ufficiale del Conservatorio di Parigi e poi ripreso da Caruso nel suo scritto di tecnica vocale) si dice che la respirazione del canto e la respirazione del parlato (entrambe naturali) si differenziano tra loro per il fatto che nella prima, quella del canto, essendo più ampia e profonda, il torace inspirando si SOLLEVA (da cui l’espressione “sospiro di SOLLIEVO” e non “sospiro di abbassamento”…) ed espirando si abbassa e da qui nasce anche il concetto di “appoggio”, che Aureliano Pertile nel suo scritto di tecnica vocale, definisce appunto come un “appoggiare i polmoni al diaframma” quando si espira, cioè quando si incomincia a cantare.
 
Con questa premessa errata, cioè l’inibizione della COMPONENTE alto-toracica della respirazione, anche il concetto di “appoggio” (equilibrio dinamico e flessibile tra muscoli inspiratori ed espiratori, che si manifesta come “calma posa della voce” nonché rallentamento indiretto della risalita del diaframma) ne risulta svisato e stravolto, diventando sostegno attivo e diretto dei muscoli addominali, e questo moderno “sostegno” io lo paragono al “mettersi in punta di piedi” invece che “stare tranquillamente in piedi” (=appoggio).
 
È evidente che la respirazione “bassa” (cioè essenzialmente addominale e NON toracico-diaframmatico-addominale, cioè globale), inventata dalla foniatria artistica e riproposta, ad esempio, da personaggi come la Caballé insegnante (che NON è la Caballé cantante!) e da Bruscantini, non ha nulla a che fare con la respirazione globale naturale, cioè belcantistica, riproposta da Caruso, Gigli, Pertile, Schipa e la Tetrazzini.
 
Concludendo: la moderna interpretazione del concetto di “respirazione profonda” come respirazione anatomicamente bassa (per alcuni addirittura a livello pelvico, invece che diaframmatico) è ciò che impedisce alla respirazione di “spiegare le ali” e far “volare” il canto, secondo una metafora aerea con cui da sempre la tradizione italiana ha espresso l’essenza profonda del canto.
 
In questo modo tutti gli inviti dei maestri di canto a cantare “sul fiato” resteranno lettera morta e questo proprio perché la respirazione è stata azzoppata in partenza dalle demenziali prescrizioni foniatriche del NON alzare il torace inspirando, del concentrarsi mentalmente sul movimento di abbassamento, non percepibile naturalmente, del diaframma (pura astrazione foniatrica che confligge col senso naturale di distensione-espansione-elevazione, suscitato dalla VERA inspirazione, cioè dal vissuto respiratorio e non dagli intellettualismi meccanicistici della foniatria) e dal “sostenere” attivamente e direttamente il rientro dei muscoli addominali cantando (manovra resa necessaria dallo squilibrio in basso, creato dalla respirazione foniatrica), tutti elementi che automaticamente faranno sparire, anzi renderanno impossibile in partenza l’instaurarsi di quella sinergia naturale, denominata “appoggio”, quale fenomeno totalmente diverso dal moderno “sostegno”….
 
In sintesi, la miopia della didattica vocale foniatrica ha trasformato il “levare” dell’inspirazione in “battere”, abolendo l’ “appoggio” in fase espiratoria e introducendo al suo posto il “sostegno”. Questo come conseguenza diretta dell’aver messo al centro della respirazione l’idea che, inspirando, si debba abbassare il “diaframma”, entità che nessun essere umano ha mai percepito e nessun cantante e didatta del canto avevano mai preso in considerazione, prima che gente che non ha mai cantato, i foniatri, mettessero al centro della respirazione questa aberrazione.