Breve storia della “maschera” nel canto

di Antonio Juvarra

 
Nei trattati di canto del Settecento il termine “maschera” lo troviamo inaspettatamente (per la prima e ultima volta) nelle “Riflessioni pratiche sul canto figurato” di Mancini, il quale verso la fine del suo libro accenna a un “lavorar di maschera”, con questo intendendo la necessità che il cantante, ai fini espressivi e teatrali, mantenga la mobilità mimico-facciale. È probabile pertanto che il termine “maschera” nasca come espressione gergale per indicare la percezione di quest’aspetto dell’emissione vocale, percezione originata dal fatto che, essendo lo spazio della gola (aperta correttamente, cioè passivamente) percepito come spazio “vuoto”, nella coscienza di chi canta può emergere e porsi in primo piano la sensazione del piano frontale dello strumento vocale dove avviene il morbido gioco muscolare dell’articolazione-sintonizzazione, da alcuni insegnanti definito infatti metaforicamente il “volante” o la “tastiera” della voce.
 
Solo più tardi, verso la seconda metà dell’Ottocento il termine “maschera” incomincerà ad assumere il significato comune, che conserva tuttora, di magica cavità di risonanza della voce, raggiungendo la quale ed evitando il precipizio della gola, si otterrebbe la “salvezza” vocale… Questo nuovo concetto di “maschera” è quindi il risultato dell’interpretazione in senso letterale, anatomico (che risale alla scienza francese della seconda metà del Settecento) dell’antico concetto di “suono alto” (che troviamo persino in Guido d’Arezzo) e di suono “di testa”. Il moderno concetto “scientifico” di maschera, insomma, in quanto più concreto e tangibile, verrà utilizzato come una sorta di uovo di Colombo in grado di far uscire finalmente lo studio del canto dalla nebulosità della didattica “empirica”; in realtà sarà un micidiale vaso di Pandora, destinato a diffondere ovunque i suoi esiziali virus tecnico-vocali…
 
Nei trattati di canto successivi il termine “maschera” scompare del tutto, per rispuntare un secolo dopo nel trattato di Francesco Lamperti, ma con una sorpresa: esso ricompare sì, ma viene fatto rientrare dall’autore tra i “difetti principali della voce” (sic)…
 
In sostanza, la “maschera” era appena nata e già un grande maestro di canto, Lamperti, aveva capito di che cosa si trattasse e aveva provveduto prudentemente e saggiamente a buttarla nella discarica…